Pubblichiamo volentieri la lettera scritta dal nostro collega Saverio Romano – Giudice di pace in Roma – al compimento dei suoi 68 anni. Al caro collega i migliori auguri di nuovi migliori approdi ! Combatteremo per te e per tutti gli altri magistrati onorari esodati da un ordinamento troppo a lungo rimasto sordo e silente.
“Dopo oltre vent’anni di viaggi sono riapprodato, forse, definitivamente nella mia Itaca.
Ho riposto la valigia sullo scaffale più alto del mobile del ripostiglio, senza sapere cosa mi ha riservato il destino per l’ultimo tratto del mio cammino.
In questi ultimi vent’anni ho incontrato tantissime persone ognuna delle quali, a prescindere dalla loro cultura e dal loro ceto, mi ha dato qualcosa e ha arricchito le mie conoscenze.
Ho ascoltato ed esaminato fatti, azioni e comportamenti di migliaia di uomini e donne ed ho cercato sempre di decidere con coscienza, scienza e imparzialità applicando la legge sulla scorta delle “verità processuali” che, spesso, non corrispondono alla realtà dei fatti.
Sicuramente non ho soddisfatto, con le mie decisioni, le aspettative di tanti e, certamente, ho commesso degli errori di valutazione e di diritto, ma sono, nonostante tale consapevolezza, in pace con la mia coscienza perché conscio di aver agito secondo il mio libero convincimento, in perfetta buona fede, attenendomi ai dettami della legge.
Quella stessa legge, che per vent’anni mi ha concesso il potere di decidere “IN NOME DEL POPOLO ITALIANO”, dal 22 novembre mi ha collocato a riposo senza riconoscermi nessuno di quei sacrosanti diritti che la Costituzione Italiana garantisce ai lavoratori e senza neanche un semplice “grazie” per il servizio reso.
Lo Stato, per vent’anni, senza alcuna tutela previdenziale, senza nessun altro diritto, ha preteso doveri e prestazioni, costringendomi ad essere un “Giudice Commerciante” imponendomi dei prezzi calmierati per alcune attività intellettuali ed esigendone molte altre quali gadget da regalare con l’acquisto dei primi.
Con grande amarezza, non tanto per aver lasciato la funzione, ma per il distacco dai colleghi, dai Cancellieri e dal personale tutto, con molti dei quali nel corso degli anni si è instaurato un rapporto di solida amicizia e che non dimenticherò mai, emetto, con rammarico, ma senza risentimento, l’ultimo giudizio di colpevolezza.
Questa volta non in Nome del Popolo Italiano ( non solo perché non ho più il potere di poterlo fare, ma soprattutto perché credo fermamente che il Popolo Italiano non condivide e non approva questi abusi e questo sfruttamento di migliaia di professionisti che ogni giorno si prodigano per dare risposte ai cittadini che chiedono giustizia), bensì a titolo personale, dichiarando colpevoli, per quanto sopra, in concorso tra di loro, tutti i Ministri della Giustizia dal 2002 ad oggi, i Presidenti della Repubblica che li hanno nominati e non destituiti per incapacità dimostrata sul campo e tutti i parlamentari che hanno condiviso ed approvato le loro schiforme.
Forse un giorno, speriamo non lontano, dopo aver fatto giustizia su infinite questioni per gli altri, i Giudici onorari otterranno anch’essi giustizia (spero non sia troppo tardi per me).
Questo il mio augurio di cuore per tutti i colleghi ancora in servizio e non che continuano a battersi per il riconoscimento dei diritti negati.”
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Condivido pienamente il contenuto della lettera, identificandomi nel mio Collega, con l’unica differenza che Lui è arrivato all’età prevista dalla legge (ingiusta rispetto ai giudici ordinari) mentre io sono stato destituito prima di tale traguardo per aver fatto il mio dovere e non essermi piegato alle sue logiche. Con l’augurio che i nostri diritti possano essere fatti valere secondo giustizia, quella giustizia che noi abbiamo sempre osservato e che non viene osservata da chi dovrebbe avere a cuore le sorti del Popolo Italiano.